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Tutti amavano
Siddharta. A tutti egli dava gioia, tutti ne traevano
piacere. Ma egli, Siddharta, a se stesso non procurava
piacere, non era di gioia a se stesso. Passeggiando sui
sentieri rosati del frutteto, sedendo nell'ombra azzurrina
del boschetto delle contemplazioni, purificando le proprie
membra nel quotidiano lavacro di espiazione, celebrando i
sacrifici nel bosco di mango dalle ombre profonde, con la
sua perfetta compitezza d'atteggiamenti, amato da tutti, di
gioia a tutti, pure non portava gioia in cuore.
Lo assalivano sogni
e pensieri irrequieti, portati fino a lui dalla corrente
del fiume, scintillati dalle stelle della notte,
dardeggiati dai raggi del sole; sogni lo assalivano, e
un'agitazione dell'anima, vaporata dai sacrifici, esalante
dai versi del Rig-Veda, stillata dalle dottrine dei vecchi
testi brahminici.
Siddharta aveva
cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva
cominciato a sentire che l'amore di suo padre e di sua
madre, e anche l'amore dell'amico suo, Govinda, non
avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli
avrebbero dato la quiete, non l'avrebbero saziato, non gli
sarebbero bastati.
Buona cosa le
abluzioni, certo: ma erano acqua, non lavavano via il
peccato, non guarivano la sete dello spirito, non
scioglievano gli affanni del cuore. Eccellente cosa i
sacrifici e la preghiera agli dèi: ma questo era tutto?
Davano i sacrifici la felicità? E come stava questa
faccenda degli dèi? Era realmente Prajapati che aveva
creato il mondo? Non era invece l'Atman, l'unico, il solo,
il tutto? Che gli Dèi fossero poi forme create, come tu e
io, soggetto al tempo, caduche? Anzi, era poi bene, era
giusto, era un atto sensato e sublime sacrificare agli dèi?
E dove si poteva
trovare l'Atman, dove abitava, dove batteva il suo eterno
cuore, dove altro mai se non nel più profondo del proprio
io, in quel che di indistruttibile ognuno porta in sé? Ma
dove, dov'era questo Io, questa interiorità, questo
assoluto? Non era carne e ossa, non era pensiero né
coscienza: così insegnavano i saggi. Dove, dove dunque
era?
Penetrare laggiù,
fino all'Io, a me, all'Atman: c'era forse un'altra via che
mettesse conto di esplorare? Ahimé! questa via nessuno la
insegnava, nessuno la conosceva, non il padre, non i
maestri e i saggi, non i pii canti dei sacrifici!
Sulla riva del
fiume pendeva un albero inclinato, un albero di cocco; al
suo tronco s'appoggiò Siddharta con la spalla, posò il
braccio sulla corteccia e guardò in giù nell'acqua verde,
che scorreva senza posa ai suoi piedi, guardò giù e si
sentì interamente pervaso dal desiderio di lasciarsi
andare e sparire entro quell'acqua.
Lo specchio
dell'acqua gli rifletteva incontro un vuoto raccapricciante
che faceva riscontro al terribile vuoto dell'anima sua. Si,
egli era giunto alla fine. Altro non gli rimaneva che
spegnersi, spezzare la mal riuscita figura della sua vita,
gettarla via, ai piedi degli sprezzanti. Questa la grande
liberazione cui agognava: la morte, spezzare una forma
ch'egli odiava! Se lo mangiassero i pesci, quel cane di
Siddharta, quello stolto, quel corpo putrefatto e
infracidito, quell'anima sonnacchiosa e sciupata! Se
lo mangiassero i pesci e i coccodrilli, lo sbriciolassero i
demoni!
Mentre fissava gli
sguardi sbarrati nell'acqua ci vide rispecchiato il proprio
viso stravolto e ci sputò sopra. Con profonda stanchezza
straccò il braccio dal tronco dell'albero e si volse un
poco per lasciarsi cadere a fondo, per essere sommerso
definitivamente. Affondava, a occhi chiusi, incontro alla
morte. Ed ecco, da riposti ricettacoli della sua anima,
dalle remote lontananze della sua vita affaticata, palpitò
un suono.
Era una parola, una
sillaba, ch'egli pronunciava senza rendersene conto, con
voce cantilenante, l'antica parola con cui hanno inizio
tutte le preghiere dei Brahmini, il sacro Om, che equivale
a "perfezione", o "il Perfetto". E
nell'istante in cui il suono Om sfiorò l'orecchio di
Siddharta, immediatamente si risvegliò il suo spirito
assopito e riconobbe la stoltezza del suo atto.
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***
Due di due (Andrea
de Carlo):
Commento - Leggendo
questo romanzo non si può rimanere insensibili al fascino
di uno dei protagonisti: Guido, l'idealista,
l'anticonformista, quello che ama sempre andare oltre e che
intende la vita come sfida alle ingiustizie, alle brutture
di un mondo che sta perdendo l'anima. La sua personalità è
caratterizzata da un misto di coraggio e ingenuità, e la
sua fine lascia nel lettore una grande sensazione di
amarezza per ciò che è stato e che poteva essere...
Guido continuava a
leggere libri, lavorava alle sue opinioni in base ai dati
che raccoglieva e in base ai suoi istinti. Un giorno mi ha
detto che Marx gli sembrava un inventore di gabbie per idee;
che nei suoi scritti c'era lo stesso spirito dogmatico e
perentorio della religione cattolica. Ha detto: "Sono
formule, è per questo che hanno successo"
La sua era una
ricerca metodica: tendeva a saltare di libro in libro,
correre tra le pagine con l'impazienza che aveva per tutto
il resto.Ho scoperto che ci costruiva su, anche: prendeva
una teoria e la modificava, senza il minimo rispetto per le
sue origini. A volte andavo a leggere un testo e scoprivo
che in realtà diceva altre cose, in altri termini. Quando
gli facevo notare lui sorrideva; non cercava di convincermi
della sua attendibilità.
Man mano che leggeva gli veniva
sempre più simpatia per gli anarchici: erano gli unici che
non suscitassero la sua insofferenza per le idee rigide e le
organizzazioni strutturate. Anche gli anarchici che vedevamo
in giro per le città avevano un aspetto più simpatico dei
militanti degli atri gruppi: sembravano più liberi, più
aperti all’improvvisazione e al divertimento.
“Non c’è niente di inevitabile
nel mondo così com’è adesso. E’ solo una dei milioni
di forme possibili, ed è venuta fuori sgradevole e ostile e
rigida per chi ci vive. Ma possiamo inventarcene di
completamente diverse, se vogliamo. Possiamo smantellare
tutto quello che abbiamo intorno così com’è, le città
come sono e le famiglie come sono e i modi di lavorare e di
studiare e le strade e le case e gli uffici e i luoghi
pubblici e le automobili e i vestiti e i modi di parlarci e
guardarci come sono.
Possiamo inventare soluzioni
completamente diverse, fare a meno del denaro e dei
materiali duri e freddi e dei motori e del potere, se
vogliamo. Possiamo riempire di alberi le città, rompere
l’asfalto e restringere le strade e dipingere tutto a
colori vivi, e chiudere le fabbriche e inventare altri modi
di lavorare, produrre solo cose che servono davvero e solo
con materiali che danno piacere a chi li usa. Possiamo
inventare altri mezzi di trasporto, costruire laghi e vie
d’acqua e mettere musica nelle strade.
Possiamo trasformare la vita in una
specie d’avventura da libro illustrato, se vogliamo. Non
c’è nessun limite a quello che si può inventare, se solo
usiamo le risorse che adesso vengono rovesciate per
alimentare questo mondo detestabile.
Quasi tutto quello che viene
prodotto dalle industrie serve solo a dare alla gente
ragioni di spendere i soldi che guadagna con lavori che non
farebbe mai se non dovesse guadagnare. I negozi sono pieni
di accessori inutili e giocattoli che si rompono e vestiti
che passano di moda, pure calamite messe sotto gli occhi di
chi passa per tenere in movimento la macchina, fare entrare
energia umana in circolo. E questo è possibile perché la
gente è costretta a vivere in luoghi dove non ha più il
minimo controllo su quello che mangia e su quello che mette
addosso, sullo spazio che occupa.
Tutti sono in prestito tutto
il tempo, devono comprare quello che gli serve e non gli
basta mai, gli sembra di avere sempre bisogno di altro. Ma
una volta che le industrie sono distrutte, e i luoghi dove
la gente vive tornano a essere piacevoli, e il denaro non
esiste più, nessuno ha più bisogno di possedere oggetti
per essere felice.
Diceva che il mondo ideale potrebbe
essere un sistema di villaggi autosufficienti che vivono di
agricoltura e artigianato, legati tra loro di reti di scambi
e comunicazioni. Diceva che è importante che la scala sia
piccola, se si vuole abolire davvero il principio del potere
e dell’autorità e lasciare a ognuno il controllo sulla
sua vita senza che tutto precipiti nel caos.
Guido diceva:
"Ci dev'essere altra gente che ha voglia di
vivere al di fuori di tutte le scelte obbligate, e se lo
sogna ma non sa come arrivarci, e per magari per
frustrazione entra in una setta religiosa o cerca
disperatamente di diventare ricca o ci rinuncia o si
ammazza. Mi fa impazzire pensare alle persone sensibili e
piene di qualità che odiano il denaro e le industrie e le
macchine e il potere, e perché sono sole pensano di essere
malate, si sforzano di adattarsi alla realtà e se ne fanno
schiacciare. Dobbiamo trovare il modo di raggiungerle,
mettere annunci sui giornali di tutto il mondo e parlarne
con tutti i mezzi possibili, stabilire contatti.
Dobbiamo cominciare
a rimettere a posto la seconda casa e poi costruirne altre
con gli stessi materiali, e costruire spazi comuni, un
teatro, e un atelier di pittura, forse una stamperia e uno
studio di registrazione. Potremmo produrre libri, e dischi,e
quadri, e tutto quello che vogliamo e mandarlo in giro per
il mondo, far venire voglia ad altra gente di creare luoghi
come il nostro. Potremmo abolire completamente il denaro e
fare scambi in natura, prendere in considerazione solo chi
produce delle cose, tagliare tutti i contatti con i centri
finanziari e la burocrazie e gli amministratori".
Una mattina che Blanca dormiva ancora Guido
mi ha accompagnato a Gubbio a comprare degli attrezzi.
Abbiamo percorso la lunga strada sterrata fino in fondo,
imboccato quella asfaltata che porta alla città. Intorno a
noi scorrevano i capannoni delle piccole e medie industrie,
gli edifici a molti piani proliferati selvaggiamente per
tutta la pianura. Conoscevo l'effetto su Guido di questo
tipo di paesaggio; ho accelerato per arrivare alla città
antica prima che potevo. Ma Guido guardava fuori con la sua
attenzione morbosa e non gli sfuggiva un particolare; ha
detto: "E' solo questione di tempo prima che arrivino
anche alla nostra valle e la sommergano".
Cercavo disperatamente di raggiungere le
pietre e mattoni del centro, ma un camion bloccava la strada
proprio all'altezza di un gruppo di enormi costruzioni di
cemento con finestre da bunker. Guido mi ha chiesto:
"Cosa si dovrebbe fare per fermarli, secondo te? Darsi
fuoco nel parcheggio di un su supermarket? Credi che
potrebbe servire a qualcosa?".
Gli ho risposto che forse sarebbe stato
meglio parlarne in un libro, farlo leggere a più gente
possibile. Eravamo davanti alla porta della città antica,
ormai; ho fermato la macchina, siamo saltati giù. Guido ha
detto: "Ma i messaggi corrono negli stessi contenitori,
ognuno di loro viene consumato senza che lasci tracce. Puoi
dire qualunque cosa, e si mescola ai milioni di altre
informazioni che circolano ogni giorno. I sentimenti che
vorresti raggiungere sono inattivati da troppi contatti a
vuoto e troppi contatti artificiali, nessuno riesce più a
rispondere".
Poi camminavamo tra le strette vie selciate,
e Guido era affascinato dagli angoli di cortili che
riuscivamo a intravedere, dai piccoli giardini interni e le
finestre orientate verso il sole o verso la valle, verso il
monte sopra di noi. Diceva: "Un tempo la gente che
viveva nelle città ne era orgogliosa. Tutti si sentivano
partecipi di una vista, o dei materiali di un muro, di una
prospettiva o di uno slargo riparato. E gli abitanti potenti
e ricchi si davamo da fare per il luogo nel suo insieme. Lo
consideravano come una loro estensione, la sua bellezza era
anche la loro gloria privata".
Ne parlava con una strana nostalgia
appassionata nella voce, come se avesse conosciuto le città
di allora e chi le aveva costruite. Diceva: "Adesso
sono solo dei centri di saccheggio di energie umane, e gli
abitanti ricchi e potenti vivono in mezzo ai loro stessi
detriti, cercano solo di blindarsi e impermeabilizzarsi più
che possono dall'orrore che hanno prodotto, scapparsene
lontano alla prima occasione.
E la gente accetta di adattare i propri
desideri, farseli snaturare e indirizzare su oggetti, su
automobili e vestiti e apparecchi elettronici e giocattoli
inutili che servono a far dimenticare cosa è diventato il
mondo". Camminava ancora più irregolare del solito, la
sua voce così alta e rauca che la gente si girava, si
chiedeva credo chi era, o cosa voleva.
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***
Uto
(Andrea De Carlo)
(...)
Vivrei solo negli stadi intermedi, se potessi, senza punti di
partenza o di arrivo o scopi da raggiungere; me ne starei
immerso in un continuo traballamento provvisorio riparato dal mondo,
con pensieri circolari non focalizzati, in attesa di niente. (O in
attesa di tutto: cambiamenti e trasformazioni e aperture di nuovi
orizzonti sorprendenti da un secondo all'altro, in una lettera nella
casella della posta, in un oggetto per terra dove cammino, in un
incontro non aspettato che produce reazioni a catena).
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***
Il Gabbiano
Jonathan Livingstone (Richard Bach):
"La maggior parte dei gabbiani non si danno la
pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni
elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov'è il cibo
e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei Gabbiani,
volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì,
invece non importava tanto procurarsi il cibo, quanto
volare. Più d'ogni altra cosa al mondo, a Jonathan
Livingston piaceva librarsi nel cielo.
Ma a sue spese scoprì che, a pensarla in quel
modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri
uccelli. E anche i suoi genitori erano afflitti a vederlo
così: che passava giornate intere tutto solo, dietro ai
suoi esperimenti, quei suoi voli planati a bassa quota,
provando e riprovando. Non sapeva spiegarsi perché, ad
esempio, quando volava basso sull'acqua, a un'altezza
inferiore alla metà della sua apertura alare, riusciva a
sostenersi più a lungo nell'aria e con meno fatica.
Concludeva la planata, lui, mica con quel solito
tuffo a zampingiù nel mare, bensì con una lunga scivolata
liscia liscia. sfiorando la superficie con le gambe raccolte
contro il corpo, in un tutto areodinamico. Quando poi si
diede a eseguire planate con atterraggio a zampe retratte
anche sulla spiaggia (e a misurare quindi, coi suoi passi,
la lunghezza di ogni planata) i suoi genitori si mostravano
molto ma molto sconsolati.
- Ma perché, Jon, perché? - gli domando sua
madre. - Perché non devi essere un gabbiano come gli altri,
Jon? Ci vuole tanto poco! Ma perché non lo lasci ai
pellicani il volo radente? E perchè non mangi niente?
Figlio mio, sei ridotto penne e ossa! -
- Non mi importa se sono penne e ossa, mamma. A me
importa imparare che cosa si può fare su per aria,e cosa
no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere. -"

- Ciascuno di noi è, in verità, un immagine del
Grande Gabbiano, un'infinita idea di libertà, senza limiti
- spiego loro Jonathan, la sera, sulla spiaggia - e il volo
di precisione è un passo avanti verso l'espressione della
nostra più vera natura. Noi dobbiamo lasciar perdere,
scavalcare tutto ciò che ci limita. Ecco il perchè di
questi nostri esercizi di volo rallentato, volo
acrobatico... -
Ma a questo punto i suoi discepoli già dormivano,
esausti dopo l'intensa giornata di voli. Essi amavano molto
addestrarsi, godevano dell'ebbrezza dell'aria, avevano una
sete di cose nuove che, di lezione in lezione, si faceva
soltanto più forte. Ma nessuno di loro, neppure Fletcher
Lynd, riusciva a capacitarsi che i voli del pensiero
potessero essere tanto reali quanto i voli nel vento e con
le penne.
- Il vostro corpo, dalla punta del becco alla coda,
dall'una all'altra punta delle ali, - diceva loro Jonathan,
ancora, - non è altro che il vostro pensiero, una forma del
vostro pensiero, visibile, concreta. Spezzate le catene che
imprigionano il pensiero, e anche il vostro corpo sarà
libero. -
- Chissà perché, - si arrovellava Jonathan - la
cosa più difficile del mondo è convincere un uccello che
egli è libero? e che può dimostrarlo a se stesso, solo che
ci metta un pò di buona volontà? La libertà basta solo
esercitarla. Ma perché? Perché dev'essere tanto
difficile?
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***
Nessun luogo è
lontano (Richard Bach)
Non posso venire da te, perché
già ti sono vicino. Tu non sei piccola perché già sei cresciuta: sei
grande e giochi con il tempo e con la vita - come tutti facciamo -
per il gusto di vivere.
Tu non hai compleanno perché
sei sempre vissuta; non sei ma nata, e mai morirai.
Non sei figlia di coloro che
chiami papà e mamma, bensì loro compagna di avventure, in viaggio
alla scoperta delle cose del mondo, per capirle.
Vola libera e felice, al di là
dei compleanni, in un tempo senza fine, nel persempre. Di tanto in
tanto noi c'incontreremo - quando ci piacerà - nel bel mezzo
dell'unica festa che non può mai finire
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***

Il piccolo principe (Antoine de
Saint-Exupery)
Un quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
Era un giardino fiorito di rose.
"Buon giorno", dissero le rose.
Il Piccolo Principe le guardò.
Assomigliavano tutte al suo fiore.
"Chi siete?". Domandò loro
stupefatto il piccolo principe.
"Siamo delle rose", dissero le
rose.
E si sentì molto infelice. Il suo fiore gli
aveva raccontato che era il solo della sua specie in tutto
l'universo. Ed ecco che ce n'erano cinquemila, tutte simili,
in un solo giardino.
"Sarebbe molto contrariato", si
disse, "se vedesse questo... Farebbe del gran tossire e
fingerebbe di morire per sfuggire al ridicolo. Ed io dovrei
far mostra di curarlo, perché se no, per umiliarmi, si
lascerebbe veramente morire..."
E si disse ancora: "Mi credevo ricco di
un fiore unico al mondo, e non possiedo che una qualsiasi
rosa. Lei e i miei tre vulcani che mi arrivano alle
ginocchia. e di cui l'uno, forse è spento per sempre, non
fanno di me un principe molto importante..."
E , seduto nell'erba, piangeva.
In quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente
il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "
sotto al melo..."
"Chi sei?" domandò il piccolo
principe, "sei molto carino..."
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le
propose il piccolo principe, "sono così
triste..."
"Non posso giocare con te", disse
la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah! scusa", fece il piccolo
principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire
"addomesticare"?"
"Non sei di queste parti, tu",
disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il
piccolo principe. "Che cosa vuol dire
"addomesticare"?"
"Gli uomini", disse la volpe,
"hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano
anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi
delle galline?"
"No", disse il piccolo principe.
"Cerco degli amici. Che cosa vuol dire
"addomesticare"?"
"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol
dire "creare dei legami"..."
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe, "Tu,
fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a
centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu
hai bisogno di me. Io non so per te che una volpe uguale a
centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo
bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e
io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire", disse il
piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia
addomesticato..."
"E' possibile", disse la volpe,
"capita di tutto sulla Terra..."
"Oh, non è sulla Terra", disse il
piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
"Su un altro pianeta?"
"Si"
"Ci sono dei cacciatori su questo
pianeta?"
"No"
"Questo mi interessa! E delle
galline?"
"No"
"Non c'è niente di perfetto",
sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
"La mia vita è monotona. Io do la
caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me.
Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si
assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi
addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò
un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli
altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà
uscire dalla tana, come una musica. E poi guarda! Veri,
laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane
e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi
ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli
color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai
addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a
te. E amerò il rumore del vento nel grano..."
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo
principe:
"Per favore... addomesticami",
disse.
"Volentieri", rispose il piccolo
principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire
degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non si conoscono che le cose che si
addomesticano", disse la volpe. " Gli uomini non
hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti
le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di
amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico
addomesticami!"
"Che bisogna fare?" domandò il
piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti",
rispose la volpe. "In principio tu ti siederai un po'
lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda
dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte
di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un pò più
vicino..."

Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla
stessa ora", disse la volpe. "Se tu vieni, per
esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io
comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà
la mia felicità. Quando saranno le quattro, comincerò ad
agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità!
Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora
prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'è un rito?" disse il
piccolo principe.
"Anche questa è una cosa da tempo
dimenticata", disse la volpe. E' quello che fa un
giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore.
C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il
giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il
giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla
vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i
giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai
vacanza".
Così il piccolo principe addomesticò la
volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe "...piangerò".
"La colpa è tua", disse il
piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma
tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.

"Ma piangerai!", disse il piccolo
principe.
"E' certo!", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe,
"il colore del grano".
Poi soggiunse:
"Va' a vedere le rose. Capirai che la
tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio ti
regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere
le rose.
"Voi non siete per niente simili alla
mia rosa, voi non siete ancora niente", disse.
"Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete
addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non
era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto
il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote",
disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente,
un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi
rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte
voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho
messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho
riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i
bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o anche
qualche volta tacere. Perché è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe.
"Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede
bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli
occhi".
"L'essenziale è invisibile agli
occhi", ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
"E' il tempo che hai perduto per la tua
rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia
rosa..." sussurrò il piccolo principe per
ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa
verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi
responsabili per sempre di quello che hai addomesticato. Tu
sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia
rosa..." ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
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***
Vivere amare capirsi (Leo Buscaglia):
Se volete aiutare
gli altri, vi dirò ora come fare. Innanzitutto dovete
smetterla di imporvi agli altri, di imporre il vostro
sistema di valori; dovete essere veri, e dovete imparare ad
ascoltare, vi sono simboli di ogni genere. Il linguaggio
verbale è solo uno dei tanti. Qualche volta, quando apriamo
la bocca, commettiamo errori tremendi. Spesso è molto
meglio limitarsi a guardare qualcuno e vibrare....
Dovete essere veri, non fasulli.
Presentatevi per ciò che siete. La cosa più difficile al
mondo è far finta di essere diversi da quello che si
è. Quando cominciate ad essere voi stessi, andate fino in
fondo. Scoprirete che è un modo di vivere più facile. E'
la cosa più facile del mondo, essere se stessi...
E' essenziale che arriviate al punto di
mettervi davanti allo specchio e chiedere: "Specchio
delle mie brame, chi è il più incredibile del
reame?". Poi dovete crederci veramente quando lo
specchio vi risponde: "Tu, vecchio mio!". Forse
non siete alti quanto vorreste, forse avete le cosce un po'
meno snelle di quanto vi piacerebbe, ma voi siete la cosa
migliore che avete. Quando riconoscete questo, siete sulla
strada giusta. Nessuno può fermarvi.
Sarà una scoperta meravigliosa, il giorno
che vi renderete conto di essere unici al mondo. Non
vi è nulla che sia accidentale. Ognuno di voi è una
combinazione speciale con uno scopo... e non permettete che
vi dicano che non è vero, e che quello scopo è
un'illusione.... Il mondo è un incredibile arazzo
incompiuto, e soltanto voi potete riempire quel piccolo
spazio che vi spetta...
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***
Manuale del
guerriero della luce (Paulo Coelho):
Il guerriero della
luce crede.
Poiché crede nei
miracoli,
i miracoli
cominciano ad accadere
D'ora in poi,
e per alcune centinaia di anni, l'Universo aiuterà i guerrieri
della luce, e ostacolerà chi ha dei preconcetti.
L'energia
della Terra ha bisogno di essere rinnovata. Le idee nuove
necessitano di spazio.
Il corpo e
l'anima abbisognano di nuove sfide.
Il futuro si
è tramutato in presente, e tutti i sogni, tranne quelli che
implicano dei preconcetti, avranno la possibilità di manifestarsi.
Ciò che è
importante, persisterà; ciò che è inutile scomparirà. Il
guerriero, però, sa che non è suo compito giudicare i sogni del
prossimo, e non perde tempo a criticare le decisioni altrui.
Per credere
nel proprio cammino, non ha bisogno di dimostrare che quello
dell'altro è sbagliato.
Il guerriero
della luce sa che nessuno è stupido, e che la vita è maestra per
tutti, anche se ciò richiede tempo.
Egli da sempre
il meglio di sé, e dalla vita si attende il meglio. Inoltre, con
generosità, cerca di dimostrare a tutti le potenzialità di
ciascuno.
Alcuni
compagni commentano: "Esistono persone ingrate".
Il guerriero
non si lascia scoraggiare. E continua a stimolare il prossimo,
perché è una maniera di spronare se stesso.
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***
Jack
Frusciante è uscito dal gruppo (Enrico Brizzi)
«Alex,
non ti capita mai di pensare come la nostra storia sia assolutamente
folle e fuori da tutti i canoni, e come la gente non la capisca e di
come nessuno la potrà mai
capire?»
«Se è per questo, ci
penso praticamente tutti
i giorni. Anzi,
spesso mi domando quanto ne capisco io. »
«Un sacco di gente mi
chiede perché non stiamo
insieme e... non so, è strano, a pensarci bene. Effettivamente, no
insieme. »
«Io non sto con tè
perché... perché va bene così, perchè giugno è fantastico, e
sapere che c'è l'America che arriva, e allora dirsi tutto perché
tra una settimana è troppo tardi, è magnifico. Qualcosa mi manca,
e lo sai. Io vorrei baciarti e tutto il resto, ma non tanto per il
gesto in sé...
Davvero. E' difficile... E come mettere le basi per addomesticarti
un po' di più. Farai più fatica a dimenticarti
di me, così. Resteremo più attaccati ogni cosa in più che faremo.
Io ho paura, per l'anno prossimo. ta,
Aidi...»
«Lo sai, bisogna sempre
fare solo Quel
Che Ci Si Sente»
«Certo, dicevo così.
Dicevo Quello Che Mi
Sento»
«E cosa ti senti,
ancora?»
«Sento che questo
giugno, questo scoprirsi
ogni giorno di più, e ogni pezzo di me che scopre uno nuovo
di tè, e ogni pezzo di me che ti regalo trovarne in cambio uno che
tu mi lasci nel calzino di lana di fianco al camino mentre dormo, è
bello. A me non era mai successo. E veder crescere Aidi e Alex, ogni
giorno, ogni mattina di sole, che per il resto della gente nun
vuol dire niente di particolare, è sovvertire tutti i pronostici,
è ridere di fronte all'Uomo con le Previsioni Sicure, quello che
era certo che la Danimarca avrebbe preso una vagonata di gol e
sarebbe stata eliminata nelle qualificazioni e invece si è
qualificata e agli europei giocherà con squadre molto più forti, e
l'Uomo delle Previsioni Sicure non si raccapezza. La Gente capisce
solo quando le cose sono già successe, mai mentre accadono. E per
noi due è lo stesso. Le gente che non capisce come sia possibile,
visto che l'Uomo dei Sondaggi aveva negato categoricamente che due
come noi potessero avere una pazza storia del genere.»
«Fantastico. E
la Danimarca come gioca?»
«Bene. Si vede
che si divertono»
«Alex», aveva
detto lei, stringendogli le mani con una strana intensità che
l'aveva turbato. «Io voglio che la Danimarca vinca.»
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