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- Lorenzo Licalzi

Cosa ti aspetti da me

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Messaggio per un'aquila che si crede pollo

Brevetto di volo per aquile e polli

Chiamati all'amore

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Due di due

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- Richard Bach:

  Il Gabbiano Jonathan Livingstone

Nessun luogo è lontano

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Il Piccolo Principe

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L'Alchimista, 

Manuale del Guerriero della luce

Sulla sponda del fiume Piedra mi son seduta ed ho pianto

 - Enrico Brizzi: 

Jack Frusciante è uscito dal gruppo

 

 

Cosa ti aspetti da me

(Lorenzo Licalzi)

 

"Dio non può giocare a dadi con l'universo, diceva Einstein. Si sbagliava, ci gioca invece. Ai tempi di Einstein ci potevano essere ancora dei dubbi, oggi non più. E allora delle due l'una: o Dio non esiste o esiste un Dio che consente al caso di agire all'interno del sistema perdendone di fatto il controllo. Perchè il caso, se è davvero tale, non ha padroni.
Mi sono chiesto perchè, perchè lo farebbe, e la sola risposta che mi sono dato è quella di un Dio che scopre nel caso l'unico suo strumento di conoscenza, che per noi significa libertà".
 

Messaggio per un'aquila che si crede pollo (Anthony de Mello):

Noi non desideriamo essere felici. Vogliamo altre cose. O meglio: noi non vogliamo essere felici incon- dizionatamente. Sono pronto a essere felice a condizione che abbia questo e quello e quest'altro. Ma ciò equivale a dire al nostro amico o al nostro Dio o a chiunque: "Tu sei la mia felicità. Se non ho te, rifiuto di essere felice".

E' davvero importante capire questo meccanismo. Non riusciamo a immaginare di essere felici a prescindere da tali condizioni. E' esattamente così. Non riusciamo a concepire di poter essere felici senza di esse. Ci è stato insegnato a situare in esse la nostra felicità. Dunque questa è la prima cosa da fare se vogliamo svegliarci, il che equivale a dire: se vogliamo amare, se vogliamo la libertà, se vogliamo la gioia, la pace e la spiritualità.

In questo senso, la spiritualità è la cosa più pratica di questo mondo. Sfido chiunque a pensare a qualcosa di più pratico della spiritualità per come l'ho definita - né pietà, né devozione, né religione, né adorazione, ma spiritualità - il risveglio, il risveglio!

Alcuni di noi vengono svegliati dall'aspra realtà della vita. Soffriamo a tal punto da svegliarci. Ma la gente non fa che andare a sbattere contro la vita, una volta dopo l'altra. Continua a girare in stato di sonnambulismo. Non si sveglia mai. Purtroppo, non le viene mai in mente che potrebbe esistere un altro modo di vivere. Non le viene in mente che potrebbe esserci un modo migliore di vivere. Tuttavia, se non si è ancora stati bastonati a sufficienza, e se non si è sofferto abbastanza, c'è anche un altro modo per svegliarsi: ascoltare.

Ma state ascoltando solo ciò che vi conferma quel che già pensate? O state ascoltando per scoprire qualcosa di nuovo? E' molto importante. Risulta difficile, alle persone addormentate. Gesù ha portanto la buona novella, eppure è stato respinto. Non perché fosse buona, ma perchè era nuova. Tutti noi odiamo il nuovo. Lo odiamo davvero. E prima affrontiamo questo fatto, meglio sarà.

Volete cambiare il mondo? Che ne dite di cominciare da voi stessi? Che ne dite di venire trasformati per primi? Ma come si ottiene il cambiamento? Attraverso l'osservazione. Attraverso la comprensione. Senza interferenze o giudizi da parte vostra. Perché quel che si giudica non si può comprendere.

L'apertura verso la verità, quali che siano le conseguenze, dovunque ci porti, senza sapere nemmeno dove ci porterà. Questa è la fede. Non una convinzione, ma la fede. Le convinzioni danno molta sicurezza, la fede è insicurezza. Non si sa dove si andrà a finire. Si è pronti a seguire e si è aperti, aperti a tutto! Si è pronti ad ascoltare.

E guardate che essere aperti non significa essere ingenui, non significa abboccare a tutto ciò che l'oratore vi dice. Assolutamente no: dovete mettere in discussione tutto quello che dico. Metterlo in discussione, però partendo da un atteggiamento d'apertura, non di caparbietà. E mettere in discussione tutto. 

Ricordate quelle splendide parole di Buddha: " i monaci e i discepoli non devono accettare le mie parole per rispetto, ma devono analizzarle come un orefice analizza d'oro - tagliando, limando, levigando, fondendo". Quando vi comportate in questo modo, significa che state ascoltando. Avete fatto, allora, un grande passo avanti verso il risveglio.

Il secondo passo consiste nell'essere pronti a capire, ad ascoltare, a mettere in discussione il vostro intero sistema di convinzioni. Non solo le convinzioni religiose, le convinzioni politiche, le convinzioni sociali, le convinzioni psicologiche, ma tutte. Essere pronti a rivalutarle tute, nella metafora di Buddha.

Il bene assume il suo valore più alto in quelle occasioni in cui non ci si rende conto che si sta facendo del bene. Non si è mai tanto buoni quanto nelle occasioni in cui non ci si rende conto di essere buoni. Ossia, come direbbe il grande Sufi: "Un santo è tale finché non viene a saperlo!.

I martiri mi turbano. Penso che spesso abbiano subìto un lavaggio del cervello. I martiri musulmani, i martiri induisti, i martiri buddisti, i martiri cristiani, sono tutti il risultato di un lavaggio del cervello. Hanno in testa l'idea di dover morire, che la morte sia una gran cosa. Non provano nulla, si buttano a capofitto. Non tutti, però, ascoltatemi bene. Non ho detto tutti loro, ma non escludo questa possibilità. Moltissimi comunisti subiscono il lavaggio del cervello. E il lavaggio del cervello è talmente efficace che sono pronti a morire.

Qualche volta mi dico che il procedimento che usiamo per creare, per esempio, un San Francesco Saverio, potrebbe essere esattamente lo stesso procedimento usato per creare dei terroristi. Ci può essere un uomo che partecipa a un ritiro di trenta giorni ed esce tutto infiammato dall'amore di Cristo, pur non avendo neanche un baluginio di consapevolezza di sé. Neanche un pò. Non voglio, con questo, diffamare San Francesco Saverio, che probabilmente era un grande santo, ma senz'altro si trattava di una persona con cui era difficile convivere. Era davvero un superiore insopportabile! Fate pure un'indagine storica. 

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 Brevetto di volo per aquile e polli (Anthony de Mello):

Il senso della prospettiva.

Un giorno. il pittore Henry Matisse fu visitato da un amico, vittima di un esaurimento nervoso.

Matisse gli disse: "André, devi cercare i carciofi nella tua vita".

Portò così l'amico nel suo campo di carciofi in giardino e gli disse:

"Ogni giorno, dopo aver lavorato duramente, sento il bisogno di recuperare la vita nella sua essenza. Ho bisogno di essere calmo e di stare con i miei pensieri. Ho bisogno di un rito che mi ispiri, mi rilassi, mi dia una nuova prospettiva verso il mio lavoro.

Tutti hanno bisogno di trovare il campo di carciofi".

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Chiamati all'amore (Anthony de Mello):

Nel momento in cui trasformi un bambino nella fotocopia di un altro individuo, tu calpesti e spegni la scintilla di originalità con cui è venuto al mondo. Nel momento in cui tu decidi di diventare come qualcun altro, per quanto grande o santo sia quest'altro, tu prostituisci il tuo essere.

Pensa con rammarico alla divina scintilla di unicità che giace dentro di te, sepolta sotto coltri di paura: paura di diventare ridicolo o di venire rifiutato se hai il coraggio di essere te stesso e se ti rifiuti di adattarti meccanicamente agli altri nella maniera di vestire, di agire e di pensare. Vedi quanto ti adatti, non solo nelle tue azioni e nei tuoi pensieri, ma anche nelle tue reazioni, nelle tue emozioni, nei tuoi atteggiamenti, nelle tue valutazioni. Tu non hai il coraggio di troncare questa prostituzione per reclamare la tua innocenza originaria. Questo è il prezzo che tu sei costretto a pagare per il passaporto che ti fa accettare dalla tua società o dalla tua associazione. E così entri nel mondo dei curvi e dei controllati, esuli del regno che è appannaggio dell'innocenza dei bambini.

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         Siddharta (Hermann Hesse):

Tutti amavano Siddharta. A tutti egli dava gioia, tutti ne traevano piacere. Ma egli, Siddharta, a se stesso non procurava piacere, non era di gioia a se stesso. Passeggiando sui sentieri rosati del frutteto, sedendo nell'ombra azzurrina del boschetto delle contemplazioni, purificando le proprie membra nel quotidiano lavacro di espiazione, celebrando i sacrifici nel bosco di mango dalle ombre profonde, con la sua perfetta compitezza d'atteggiamenti, amato da tutti, di gioia a tutti, pure non portava gioia in cuore.

Lo assalivano sogni e pensieri irrequieti, portati fino a lui dalla corrente del fiume, scintillati dalle stelle della notte, dardeggiati dai raggi del sole; sogni lo assalivano, e un'agitazione dell'anima, vaporata dai sacrifici, esalante dai versi del Rig-Veda, stillata dalle dottrine dei vecchi testi brahminici.

Siddharta aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva cominciato a sentire che l'amore di suo padre e di sua madre, e anche l'amore dell'amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l'avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati.

Buona cosa le abluzioni, certo: ma erano acqua, non lavavano via il peccato, non guarivano la sete dello spirito, non scioglievano gli affanni del cuore. Eccellente cosa i sacrifici e la preghiera agli dèi: ma questo era tutto? Davano i sacrifici la felicità? E come stava questa faccenda degli dèi? Era realmente Prajapati che aveva creato il mondo? Non era invece l'Atman, l'unico, il solo, il tutto? Che gli Dèi fossero poi forme create, come tu e io, soggetto al tempo, caduche? Anzi, era poi bene, era giusto, era un atto sensato e sublime sacrificare agli dèi?

E dove si poteva trovare l'Atman, dove abitava, dove batteva il suo eterno cuore, dove altro mai se non nel più profondo del proprio io, in quel che di indistruttibile ognuno porta in sé? Ma dove, dov'era questo Io, questa interiorità, questo assoluto? Non era carne e ossa, non era pensiero né coscienza: così insegnavano i saggi. Dove, dove dunque era?

Penetrare laggiù, fino all'Io, a me, all'Atman: c'era forse un'altra via che mettesse conto di esplorare? Ahimé! questa via nessuno la insegnava, nessuno la conosceva, non il padre, non i maestri e i saggi, non i pii canti dei sacrifici!

Sulla riva del fiume pendeva un albero inclinato, un albero di cocco; al suo tronco s'appoggiò Siddharta con la spalla, posò il braccio sulla corteccia e guardò in giù nell'acqua verde, che scorreva senza posa ai suoi piedi, guardò giù e si sentì interamente pervaso dal desiderio di lasciarsi andare e sparire entro quell'acqua.

Lo specchio dell'acqua gli rifletteva incontro un vuoto raccapricciante che faceva riscontro al terribile vuoto dell'anima sua. Si, egli era giunto alla fine. Altro non gli rimaneva che spegnersi, spezzare la mal riuscita figura della sua vita, gettarla via, ai piedi degli sprezzanti. Questa la grande liberazione cui agognava: la morte, spezzare una forma ch'egli odiava! Se lo mangiassero i pesci, quel cane di Siddharta, quello stolto, quel corpo putrefatto e infracidito, quell'anima  sonnacchiosa e sciupata! Se lo mangiassero i pesci e i coccodrilli, lo sbriciolassero i demoni!

Mentre fissava gli sguardi sbarrati nell'acqua ci vide rispecchiato il proprio viso stravolto e ci sputò sopra. Con profonda stanchezza straccò il braccio dal tronco dell'albero e si volse un poco per lasciarsi cadere a fondo, per essere sommerso definitivamente. Affondava, a occhi chiusi, incontro alla morte. Ed ecco, da riposti ricettacoli della sua anima, dalle remote lontananze della sua vita affaticata, palpitò un suono.

Era una parola, una sillaba, ch'egli pronunciava senza rendersene conto, con voce cantilenante, l'antica parola con cui hanno inizio tutte le preghiere dei Brahmini, il sacro Om, che equivale a "perfezione", o "il Perfetto". E nell'istante in cui il suono Om sfiorò l'orecchio di Siddharta, immediatamente si risvegliò il suo spirito assopito e riconobbe la stoltezza del suo atto.

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Due di due (Andrea de Carlo):

Commento - Leggendo questo romanzo non si può rimanere insensibili al fascino di uno dei protagonisti: Guido, l'idealista, l'anticonformista, quello che ama sempre andare oltre e che intende la vita come sfida alle ingiustizie, alle brutture di un mondo che sta perdendo l'anima. La sua personalità è caratterizzata da un misto di coraggio e ingenuità, e la sua fine  lascia nel lettore una grande sensazione di amarezza per ciò che è stato e che poteva essere...

Guido continuava a leggere libri, lavorava alle sue opinioni in base ai dati che raccoglieva e in base ai suoi istinti. Un giorno mi ha detto che Marx gli sembrava un inventore di gabbie per idee; che nei suoi scritti c'era lo stesso spirito dogmatico e perentorio della religione cattolica. Ha detto: "Sono formule, è per questo che hanno successo"

La sua era una ricerca metodica: tendeva a saltare di libro in libro, correre tra le pagine con l'impazienza che aveva per tutto il resto.Ho scoperto che ci costruiva su, anche: prendeva una teoria e la modificava, senza il minimo rispetto per le sue origini. A volte andavo a leggere un testo e scoprivo che in realtà diceva altre cose, in altri termini. Quando gli facevo notare lui sorrideva; non cercava di convincermi della sua attendibilità.

Man mano che leggeva gli veniva sempre più simpatia per gli anarchici: erano gli unici che non suscitassero la sua insofferenza per le idee rigide e le organizzazioni strutturate. Anche gli anarchici che vedevamo in giro per le città avevano un aspetto più simpatico dei militanti degli atri gruppi: sembravano più liberi, più aperti all’improvvisazione e al divertimento. 

“Non c’è niente di inevitabile nel mondo così com’è adesso. E’ solo una dei milioni di forme possibili, ed è venuta fuori sgradevole e ostile e rigida per chi ci vive. Ma possiamo inventarcene di completamente diverse, se vogliamo. Possiamo smantellare tutto quello che abbiamo intorno così com’è, le città come sono e le famiglie come sono e i modi di lavorare e di studiare e le strade e le case e gli uffici e i luoghi pubblici e le automobili e i vestiti e i modi di parlarci e guardarci come sono.

Possiamo inventare soluzioni completamente diverse, fare a meno del denaro e dei materiali duri e freddi e dei motori e del potere, se vogliamo. Possiamo riempire di alberi le città, rompere l’asfalto e restringere le strade e dipingere tutto a colori vivi, e chiudere le fabbriche e inventare altri modi di lavorare, produrre solo cose che servono davvero e solo con materiali che danno piacere a chi li usa. Possiamo inventare altri mezzi di trasporto, costruire laghi e vie d’acqua e mettere musica nelle strade. 

Possiamo trasformare la vita in una specie d’avventura da libro illustrato, se vogliamo. Non c’è nessun limite a quello che si può inventare, se solo usiamo le risorse che adesso vengono rovesciate per alimentare questo mondo detestabile.

Quasi tutto quello che viene prodotto dalle industrie serve solo a dare alla gente ragioni di spendere i soldi che guadagna con lavori che non farebbe mai se non dovesse guadagnare. I negozi sono pieni di accessori inutili e giocattoli che si rompono e vestiti che passano di moda, pure calamite messe sotto gli occhi di chi passa per tenere in movimento la macchina, fare entrare energia umana in circolo. E questo è possibile perché la gente è costretta a vivere in luoghi dove non ha più il minimo controllo su quello che mangia e su quello che mette addosso, sullo spazio che occupa.

 Tutti sono in prestito tutto il tempo, devono comprare quello che gli serve e non gli basta mai, gli sembra di avere sempre bisogno di altro. Ma una volta che le industrie sono distrutte, e i luoghi dove la gente vive tornano a essere piacevoli, e il denaro non esiste più, nessuno ha più bisogno di possedere oggetti per essere felice.

Diceva che il mondo ideale potrebbe essere un sistema di villaggi autosufficienti che vivono di agricoltura e artigianato, legati tra loro di reti di scambi e comunicazioni. Diceva che è importante che la scala sia piccola, se si vuole abolire davvero il principio del potere e dell’autorità e lasciare a ognuno il controllo sulla sua vita senza che tutto precipiti nel caos.

Guido diceva: "Ci dev'essere  altra gente che ha voglia di vivere al di fuori di tutte le scelte obbligate, e se lo sogna ma non sa come arrivarci, e per magari per frustrazione entra in una setta religiosa o cerca disperatamente di diventare ricca o ci rinuncia o si ammazza. Mi fa impazzire pensare alle persone sensibili e piene di qualità che odiano il denaro e le industrie e le macchine e il potere, e perché sono sole pensano di essere malate, si sforzano di adattarsi alla realtà e se ne fanno schiacciare. Dobbiamo trovare il modo di raggiungerle, mettere annunci sui giornali di tutto il mondo e parlarne con tutti i mezzi possibili, stabilire contatti.

Dobbiamo cominciare a rimettere a posto la seconda casa e poi costruirne altre con gli stessi materiali, e costruire spazi comuni, un teatro, e un atelier di pittura, forse una stamperia e uno studio di registrazione. Potremmo produrre libri, e dischi,e quadri, e tutto quello che vogliamo e mandarlo in giro per il mondo, far venire voglia ad altra gente di creare luoghi come il nostro. Potremmo abolire completamente il denaro e fare scambi in natura, prendere in considerazione solo chi produce delle cose, tagliare tutti i contatti con i centri finanziari e la burocrazie e gli amministratori".

Una mattina che Blanca dormiva ancora Guido mi ha accompagnato a Gubbio a comprare degli attrezzi. Abbiamo percorso la lunga strada sterrata fino in fondo, imboccato quella asfaltata che porta alla città. Intorno a noi scorrevano i capannoni delle piccole e medie industrie, gli edifici a molti piani proliferati selvaggiamente per tutta la pianura. Conoscevo l'effetto su Guido di questo tipo di paesaggio; ho accelerato per arrivare alla città antica prima che potevo. Ma Guido guardava fuori con la sua attenzione morbosa e non gli sfuggiva un particolare; ha detto: "E' solo questione di tempo prima che arrivino anche alla nostra valle e la sommergano".

Cercavo disperatamente di raggiungere le pietre e mattoni del centro, ma un camion bloccava la strada proprio all'altezza di un gruppo di enormi costruzioni di cemento con finestre da bunker. Guido mi ha chiesto: "Cosa si dovrebbe fare per fermarli, secondo te? Darsi fuoco nel parcheggio di un su supermarket? Credi che potrebbe servire a qualcosa?".

Gli ho risposto che forse sarebbe stato meglio parlarne in un libro, farlo leggere a più gente possibile. Eravamo davanti alla porta della città antica, ormai; ho fermato la macchina, siamo saltati giù. Guido ha detto: "Ma i messaggi corrono negli stessi contenitori, ognuno di loro viene consumato senza che lasci tracce. Puoi dire qualunque cosa, e si mescola ai milioni di altre informazioni che circolano ogni giorno. I sentimenti che vorresti raggiungere sono inattivati da troppi contatti a vuoto e troppi contatti artificiali, nessuno riesce più a rispondere".

Poi camminavamo tra le strette vie selciate, e Guido era affascinato dagli angoli di cortili che riuscivamo a intravedere, dai piccoli giardini interni e le finestre orientate verso il sole o verso la valle, verso il monte sopra di noi. Diceva: "Un tempo la gente che viveva nelle città ne era orgogliosa. Tutti si sentivano partecipi di una vista, o dei materiali di un muro, di una prospettiva o di uno slargo riparato. E gli abitanti potenti e ricchi si davamo da fare per il luogo nel suo insieme. Lo consideravano come una loro estensione, la sua bellezza era anche la loro gloria privata".

Ne parlava con una strana nostalgia appassionata nella voce, come se avesse conosciuto le città di allora e chi le aveva costruite. Diceva: "Adesso sono solo dei centri di saccheggio di energie umane, e gli abitanti ricchi e potenti vivono in mezzo ai loro stessi detriti, cercano solo di blindarsi e impermeabilizzarsi più che possono dall'orrore che hanno prodotto, scapparsene lontano alla prima occasione.

E la gente accetta di adattare i propri desideri, farseli snaturare e indirizzare su oggetti, su automobili e vestiti e apparecchi elettronici e giocattoli inutili che servono a far dimenticare cosa è diventato il mondo". Camminava ancora più irregolare del solito, la sua voce così alta e rauca che la gente si girava, si chiedeva credo chi era, o cosa voleva.

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Uto (Andrea De Carlo)

(...) Vivrei solo negli stadi intermedi, se potessi, senza punti di partenza o di arrivo  o scopi da raggiungere; me ne starei immerso in un continuo traballamento provvisorio riparato dal mondo, con pensieri circolari non focalizzati, in attesa di niente. (O in attesa di tutto: cambiamenti e trasformazioni e aperture di nuovi orizzonti sorprendenti da un secondo all'altro, in una lettera nella casella della posta, in un oggetto per terra dove cammino, in un incontro non aspettato che produce reazioni a catena).

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Il Gabbiano Jonathan Livingstone (Richard Bach):

"La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov'è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei Gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d'ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.

Ma a sue spese scoprì che, a pensarla in quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri uccelli. E anche i suoi genitori erano afflitti a vederlo così: che passava giornate intere tutto solo, dietro ai suoi esperimenti, quei suoi voli planati a bassa quota, provando e riprovando. Non sapeva spiegarsi perché, ad esempio, quando volava basso sull'acqua, a un'altezza inferiore alla metà della sua apertura alare, riusciva a sostenersi più a lungo nell'aria e con meno fatica.

Concludeva la planata, lui, mica con quel solito tuffo a zampingiù nel mare, bensì con una lunga scivolata liscia liscia. sfiorando la superficie con le gambe raccolte contro il corpo, in un tutto areodinamico. Quando poi si diede a eseguire planate con atterraggio a zampe retratte anche sulla spiaggia (e a misurare quindi, coi suoi passi, la lunghezza di ogni planata) i suoi genitori si mostravano molto ma molto sconsolati.

- Ma perché,  Jon, perché? - gli domando sua madre. - Perché non devi essere un gabbiano come gli altri, Jon? Ci vuole tanto poco! Ma perché non lo lasci ai pellicani il volo radente? E perchè non mangi niente? Figlio mio, sei ridotto penne e ossa! -

- Non mi importa se sono penne e ossa, mamma. A me importa imparare che cosa si può fare su per aria,e cosa no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere. -"

- Ciascuno di noi è, in verità, un immagine del Grande Gabbiano, un'infinita idea di libertà, senza limiti - spiego loro Jonathan, la sera, sulla spiaggia - e il volo di precisione è un passo avanti verso l'espressione della nostra più vera natura. Noi dobbiamo lasciar perdere, scavalcare tutto ciò che ci limita. Ecco il perchè di questi nostri esercizi di volo rallentato, volo acrobatico... -

Ma a questo punto i suoi discepoli già dormivano, esausti dopo l'intensa giornata di voli. Essi amavano molto addestrarsi, godevano dell'ebbrezza dell'aria, avevano una sete di cose nuove che, di lezione in lezione, si faceva soltanto più forte. Ma nessuno di loro, neppure Fletcher Lynd, riusciva a capacitarsi che i voli del pensiero potessero essere tanto reali quanto i voli nel vento e con le penne.

- Il vostro corpo, dalla punta del becco alla coda, dall'una all'altra punta delle ali, - diceva loro Jonathan, ancora, - non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero, visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero, e anche il vostro corpo sarà libero. -

- Chissà perché, - si arrovellava Jonathan - la cosa più difficile del mondo è convincere un uccello che egli è libero? e che può dimostrarlo a se stesso, solo che ci metta un pò di buona volontà? La libertà basta solo esercitarla. Ma perché? Perché dev'essere tanto difficile?

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Nessun luogo è lontano (Richard Bach)

Non posso venire da te, perché già ti sono vicino. Tu non sei piccola perché già sei cresciuta: sei grande e giochi con il tempo e con la vita - come tutti facciamo - per il gusto di vivere.

Tu non hai compleanno perché sei sempre vissuta; non sei ma nata, e mai morirai.

Non sei figlia di coloro che chiami papà e mamma, bensì loro compagna di avventure, in viaggio alla scoperta delle cose del mondo, per capirle.

Vola libera e felice, al di là dei compleanni, in un tempo senza fine, nel persempre. Di tanto in tanto noi c'incontreremo - quando ci piacerà - nel bel mezzo dell'unica festa che non può mai finire

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 Il piccolo principe (Antoine de Saint-Exupery)

Un quel momento apparve la volpe.

"Buon giorno", disse la volpe.

Era un giardino fiorito di rose.

"Buon giorno", dissero le rose.

Il Piccolo Principe le guardò.

Assomigliavano tutte al suo fiore.

"Chi siete?". Domandò loro stupefatto il piccolo principe.

"Siamo delle rose", dissero le rose.

E si sentì molto infelice. Il suo fiore gli aveva raccontato che era il solo della sua specie in tutto l'universo. Ed ecco che ce n'erano cinquemila, tutte simili, in un solo giardino.

"Sarebbe molto contrariato", si disse, "se vedesse questo... Farebbe del gran tossire e fingerebbe di morire per sfuggire al ridicolo. Ed io dovrei far mostra di curarlo, perché se no, per umiliarmi, si lascerebbe veramente morire..."

E si disse ancora: "Mi credevo ricco di un fiore unico al mondo, e non possiedo che una qualsiasi rosa. Lei e i miei tre vulcani che mi arrivano alle ginocchia. e di cui l'uno, forse è spento per sempre, non fanno di me un principe molto importante..."

E , seduto nell'erba, piangeva.

In quel momento apparve la volpe.

"Buon giorno", disse la volpe.

"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.

"Sono qui", disse la voce, " sotto al melo..."

"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino..."

"Sono una volpe", disse la volpe.

"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, "sono così triste..."

"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".

"Ah! scusa", fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

"Che cosa vuol dire "addomesticare"?"

"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"

"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe. "Che cosa vuol dire "addomesticare"?"

"Gli uomini", disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"

"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "addomesticare"?"

"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire "creare dei legami"..."

"Creare dei legami?"

"Certo", disse la volpe, "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non so per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".

"Comincio a capire", disse il piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato..."

"E' possibile", disse la volpe, "capita di tutto sulla Terra..."

"Oh, non è sulla Terra", disse il piccolo principe.

La volpe sembrò perplessa:

"Su un altro pianeta?"

"Si"

"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"

"No"

"Questo mi interessa! E delle galline?"

"No"

"Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe.

Ma la volpe ritornò alla sua idea:

"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi guarda! Veri, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano..."

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:

"Per favore... addomesticami", disse.

"Volentieri", rispose il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".

"Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. " Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"

"Che bisogna fare?" domandò il piccolo principe.

"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un pò più vicino..."

 

 

 

Il piccolo principe ritornò l'indomani.

"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, comincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".

"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.

"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.

E quando l'ora della partenza fu vicina:

"Ah!" disse la volpe "...piangerò".

"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."

"E' vero", disse la volpe.

 

 

 

"Ma piangerai!", disse il piccolo principe.

"E' certo!", disse la volpe.

"Ma allora che ci guadagni?"

"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".

Poi soggiunse:

"Va' a vedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio ti regalerò un segreto".

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.

"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".

E le rose erano a disagio.

"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa".

E ritornò dalla volpe.

"Addio", disse.

"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".

"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

"E' il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".

"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabili per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."

"Io sono responsabile della mia rosa..." ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

 

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Vivere amare capirsi (Leo Buscaglia):

 

Se volete aiutare gli altri, vi dirò ora come fare. Innanzitutto dovete smetterla di imporvi agli altri, di imporre il vostro sistema di valori; dovete essere veri, e dovete imparare ad ascoltare, vi sono simboli di ogni genere. Il linguaggio verbale è solo uno dei tanti. Qualche volta, quando apriamo la bocca, commettiamo errori tremendi. Spesso è molto meglio limitarsi a guardare qualcuno e vibrare....

Dovete essere veri, non fasulli. Presentatevi per ciò che siete. La cosa più difficile al mondo è far finta di essere  diversi da quello che si è. Quando cominciate ad essere voi stessi, andate fino in fondo. Scoprirete che è un modo di vivere più facile. E' la cosa più facile del mondo, essere se stessi...

E' essenziale che arriviate al punto di mettervi davanti allo specchio e chiedere: "Specchio delle mie brame, chi è il più incredibile del reame?". Poi dovete crederci veramente quando lo specchio vi risponde: "Tu, vecchio mio!". Forse non siete alti quanto vorreste, forse avete le cosce un po' meno snelle di quanto vi piacerebbe, ma voi siete la cosa migliore che avete. Quando riconoscete questo, siete sulla strada giusta. Nessuno può fermarvi.

Sarà una scoperta meravigliosa, il giorno che vi renderete conto  di essere unici al mondo. Non vi è nulla che sia accidentale. Ognuno di voi è una combinazione speciale con uno scopo... e non permettete che vi dicano che non è vero, e che quello scopo è un'illusione.... Il mondo è un incredibile arazzo incompiuto, e soltanto voi potete riempire quel piccolo spazio che vi spetta...

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Manuale del guerriero della luce (Paulo Coelho):

 

Il guerriero della luce crede.

Poiché crede nei miracoli,

i miracoli

cominciano ad accadere

 

D'ora in poi, e per alcune centinaia di anni, l'Universo aiuterà i guerrieri della luce, e ostacolerà chi ha dei preconcetti.

L'energia della Terra ha bisogno di essere rinnovata. Le idee nuove necessitano di spazio.

Il corpo e l'anima abbisognano di nuove sfide.

Il futuro si è tramutato in presente, e tutti i sogni, tranne quelli che implicano dei preconcetti, avranno la possibilità di manifestarsi.

Ciò che è importante, persisterà; ciò che è inutile scomparirà. Il guerriero, però, sa che non è suo compito giudicare i sogni del prossimo, e non perde tempo a criticare le decisioni altrui.

Per credere nel proprio cammino, non ha bisogno di dimostrare che quello dell'altro è sbagliato.

Il guerriero della luce sa che nessuno è stupido, e che la vita è maestra per tutti, anche se ciò richiede tempo.

Egli da sempre il meglio di sé, e dalla vita si attende il meglio. Inoltre, con generosità, cerca di dimostrare a tutti le potenzialità di ciascuno.

Alcuni compagni commentano: "Esistono persone ingrate".

Il guerriero non si lascia scoraggiare. E continua a stimolare il prossimo, perché è una maniera di spronare se stesso.

 

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Jack Frusciante è uscito dal gruppo (Enrico Brizzi)

«Alex, non ti capita mai di pensare come la nostra storia sia assolutamente folle e fuori da tutti i canoni, e come la gente non la capisca e di come nessuno la potrà mai capire?»

«Se è per questo, ci penso praticamente tutti i giorni. Anzi, spesso mi domando quanto ne capisco io. »

«Un sacco di gente mi chiede perché non stiamo insieme e... non so, è strano, a pensarci bene. Effettivamente, no insieme. »

«Io non sto con tè perché... perché va bene così, perchè giugno è fantastico, e sapere che c'è l'America che arriva, e allora dirsi tutto perché tra una settimana è troppo tardi, è magnifico. Qualcosa mi manca, e lo sai. Io vorrei baciarti e tutto il resto, ma non tanto per il gesto in sé... Davvero. E' difficile... E come mettere le basi per addomesticarti un po' di più. Farai più fatica a dimenticarti di me, così. Resteremo più attaccati ogni cosa in più che faremo. Io ho paura, per l'anno prossimo. ta, Aidi...»

«Lo sai, bisogna sempre fare solo Quel Che Ci Si Sente»

«Certo, dicevo così. Dicevo Quello Che Mi Sento»

«E cosa ti senti, ancora?»

«Sento che questo giugno, questo scoprirsi ogni giorno  di più, e ogni pezzo di me che scopre uno nuovo di tè, e ogni pezzo di me che ti regalo trovarne in cambio uno che tu mi lasci nel calzino di lana di fianco al camino mentre dormo, è bello. A me non era mai successo. E veder crescere Aidi e Alex, ogni giorno, ogni mattina di sole, che per il resto della gente  nun vuol dire niente di particolare, è sovvertire tutti i pronostici, è ridere di fronte all'Uomo con le Previsioni Sicure, quello che era certo che la Danimarca avrebbe preso una vagonata di gol e sarebbe stata eliminata  nelle qualificazioni e invece si è qualificata e agli europei giocherà con squadre molto più forti, e l'Uomo delle Previsioni Sicure non si raccapezza. La Gente capisce solo quando le cose sono già successe, mai mentre accadono. E per noi due è lo stesso. Le gente che non capisce come sia possibile, visto che l'Uomo dei Sondaggi aveva negato categoricamente che due come noi potessero avere una pazza storia del genere.»

«Fantastico. E la Danimarca come gioca?»

«Bene. Si vede che si divertono»

«Alex», aveva detto lei, stringendogli le mani con una strana intensità che l'aveva turbato. «Io voglio che la Danimarca vinca.»

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