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Jack Folla:
Panico
Adesso farò il Luca
Sardella della radio, ma non vi parlerò di come curare le piante,
ma di come badare a voi stessi. Restituisco un consiglio che mi
donò, da ragazzo, un vecchio psichiatra di un manicomio di paese.
E lo restituisco a tutti i fratelli e le sorelline di Alcatraz che
mi scrivono di soffrire di crisi di panico. Se vi dico: sono un
albatro con le ali in una camicia di forza di cemento armato voi mi capite,
vero?
Il panico di rimanere
bloccati in un ingorgo, in ascensore, allo stadio, è solo una
delle infinite paure in hit parade. Sono paure devastanti per chi
ne soffre, inclusi certi medici impazienti con i loro pazienti,
quelli che se non vedono la ferita non sanno dove mettere le mani.
In tasca. E' un consiglio. Non toccate l'anima, grazie.
Ma io la vedo quella
ferita, fratello. E' un terrore smisurato di perdere il controllo e
di morire. E' il tuo Io che si sfalda e si sgretola come un
castello di sabbia a uno schiaffo del maestrale. E' una paura che
ti divora, anche quando non l'hai, fomentata dal terrore che ti
venga. E allora viene, torna, ti fa battere il cuore parossisticamente, ti secca la gola, ti blocca le articolazioni, e
può portarti al collasso e alla morte. Si è raro, ma si può
anche morire di paura, come di solitudine, d'indifferenza e di
vergogna. Le crisi di panico comprendono tutto questo, all'ennesima potenza.
Non ne parlo per sentito
dire, io non sono un eroe, io sono uno di voi, una parte di te,
quella che ha paura. Ho rischiato di morire per una crisi di
panico. Non riuscivo a guidare, a nuotare, a fare un passo,
persino a chiedere aiuto. Sono stato molto disturbato, un tempo. Se
può consolarti, fratello che ne soffri, posso assicurarti che agli
imbecilli non vengono e il tuo DNA è marchiato di una qualità
oggi fuori moda: la sensibilità.
Questa tua "luna
nera" - chiamiamola così - potresti anche ringraziarla, un
giorno, perché coincide con quanto di più puro, di alto e di
nobile custodisci dentro di te. La tua irrepetibilità e la tua
arte. In una crisi di panico c'è anche questo: una protesta. La
parte migliore di te sta rifiutando di conciliarsi con il greve
mondo esterno. Piantala di darle torto e di volerla normalizzare.
Ha ragione lei.
Quest'epoca mal si concilia
con la sensibilità, l'originalità, l'arte. Detto questo, sappi
che c'è chi ti comprende, è una minoranza, ma non sei solo. Mai.
Jack sta parlandoti alla radio, ma ce ne sono mille la fuori,
pronti a raccogliere il tuo panico, devi cercarli, non puoi
pretendere di parlare di baccalà in casa del macellaio.
Tanto per cominciare, sappi
che una paura tira l'altra, come le patatine fritte. Devi, qui e
ora, contrastare questa malattia, prima che degeneri in qualcosa di
più grave. I medici ti prescriveranno dei tranquillanti. Bene. Il
mio è un "eccitante" e agisce dopo l'intervento del
medico. Ti do per certo che esistono degli psicofarmaci in grado di
bloccare le crisi di panico. Trova il tuo e mettiti la boccetta in
tasca. Non puoi fare senza, non siamo eroi. Ora sai che se ti
verrà un attacco di panico lo potrai contrastare efficacemente on
il numero tot di gocce che ti avrà prescritto lo specialista.
Detto questo, evitale finché puoi.
Viviti il puoi panico fino
in fondo. Accetta la tua "luna nera", invita a cena il
mostro. Svegliati la mattina e programma, volontariamente, le cose
che ti provocano il panico. Devi praticarle in modo graduale,
aumentando, via via, gli obiettivi che ti sei posto. Conosco
sorelle che riescono a malapena a guidare da casa all'ufficio e a
ritornarsene indietro. Se un vigile le facesse girare a sinistra,
cadrebbero in crisi, come Berlusconi.
Dovete provarci senza
vigile, perché le crisi di panico non contrastate peggiorano e le
paure sono infinite. Girate a sinistra, non fuggite il mostro,
cercatelo, magari vi fermerete dopo dieci metri, domani dovrete
percorrerne undici, poi dodici. Anche se è umiliante fatelo.
Nessuno può salvarci dalle crisi di panico, è una delle più
illusorie cazzate che potete raccontarvi, soltanto voi potete riuscirci.
Io non potevo più nemmeno
nuotare, e un vecchio medico dei matti mi suggerì di non nuotare
verso il largo, non verticalmente come prima, ma orizzontalmente, a
un metro dalla riva. Nel caso fosse arrivata la crisi, mi sarei
tirato su in piedi. Da un metro dalla riva passai a due,a
tre, a quindici, fino a tornare a nuotare verso il mare aperto.
Per tornare a vivere,
fratellini, bisogna accettare l'idea che si deve morire, come
tutti. Io non ho il panico di essere originale, io tento di
aiutarvi sul serio con quell'infermiera che si chiama Parola, e se
praticherete queste banalità, guarirete. A venticinque anni, di
notte, mi sono fatto Milano - Reggio Calabria in macchina, da solo,
uscendo regolarmente a tutti i caselli e andando a posteggiare
sotto un ospedale. Ci ho messo tre giorni e mezzo, ma sono arrivato
a Reggio,e al ritorno ci ho impiegato la metà. Di andarci in aereo
non se ne parlava nemmeno.
Vi voglio bene, "appanicati".
Siete la parte migliore di questo Paese, quella che sta sott'acqua.
Emergete, miei piccoli Nettuno. E anche Voi, terrorizzate sirene.
Ritmate questo inossidabile quotidiano con le vostre intermittenze
del cuore. Venite fuori da quell'abisso di solitudine in cui vi
siete inguattati, sorprendeteci con una delle vostre struggenti
carezze. il vuoto è di fuori, voi siete stracolmi. Versate un pò
di tenerezza e di rossore su queste città bianche e vuote. Ma
fatelo subito, adesso.
Contrastate chi non ha
certo il panico d'invaderci con il suo ego trionfante. Vogliamo
dubbi e insicurezza. Le crisi di panico ci danno fiducia.
Facciamole esplodere nelle strade, saremmo tutti più
tranquilli. Questa finta sicurezza è feroce e ci uccide. Jack si
fida di ha il panico di vivere. Vota PPP, partito del panico
popolare.
Tratto da: Alcatraz di Diego Cuggia

E ora una storia scritta da Ideale 72
Sabato
pomeriggio, caldo spietato, un semaforo che si trattiene sul rosso
e io sono senza fiato. Immagini distorte, proiezione in una
dimensione irreale, mentre il corpo sembra fuori controllo,
ingestibile come un aereo privo di pilota. Dove sono? Cosa mi sta
succedendo? Rosso, rosso, ancora rosso… maledetto rosso, intanto
perdo il contatto col tempo e lo spazio. La mia auto è ferma, la
mia auto è in movimento… non so, non comprendo. Caldo, sempre più
caldo. Sudo tanto, sudo troppo. Che fanno le mie gambe? I pedali
sfuggono, i miei piedi si dissociano dalle gambe e le gambe fanno
lo stesso con il resto del corpo. Le mani sono umide e si
aggrappano al volante nel disperato tentativo di ancorarsi a
qualcosa di reale. E il cuore batte a piu’ non posso, si contorce
follemente e sembra rimbalzarmi da una parte all’altra dello
stomaco. Quando scatta il verde? Dio, quando? Dio, cosa aspetti?
Perché non liberi questa strada del cazzo? Voglio fuggire,
liberarmi da questa prigione fatta di auto, semafori e segnali
stradali! Verde, vado. Ho fretta, ma la strada non mi appare
lineare. Spingo sull’accelleratore, ma è come se non avvertissi
il contatto col pedale. Ed è una pressione blanda, inconsistente.
Intanto avverto un torpore generale e un’ansia pressante. Vorrei essere già
a casa, vorrei essere aiutata. Mi sembra che il tempo si sia
dilatato, che la strada si sia allungata e che la vita mi stia
abbandonando. E’ così che si muore? E mentre lo penso sono sotto
casa. E poi su per le scale, con le gambe che procedono senza
alcuna coordinazione. Eccomi dentro casa. Ma non mi fermo. Sono
ancora in fuga e non so da chi, nemmeno da cosa. Ho paura, solo Dio
sa quanta! Vorrei che il corridoio proseguisse all’infinito.
Voglio camminare, voglio correre! E intanto mio padre mi afferra, e
mi parla, mi urla. Io urlo più di lui e non ascolto. Non ascolto
lui e non ascolto me. Non sono io a parlare non so da dove vengano
quelle parole senza senso, prive di una logica precisa e armate di
rabbia, foga, disperazione. E’ come se corpo e mente procedessero
per binari differenti e io non controllo ne l’uno ne l’altro.
Papà aiuto, papà sto morendo, papà… papà…. Papà….
E così che quel giorno sono
morta o meglio, è morta una parte di me.
Dov’è avvenuta la
resurrezione? Chiudi gli occhi… immagina una enorme distesa verde
ravvivata da migliaia di soli. Immagina che quei soli ti sorridano
e ti invitino a sorridere. Immagina di essere al centro di quel
campo di girasoli. Nessuno ti noterebbe dalla strada, ma tu ti
sentiresti più viva di quando hai fatto l’amore la prima volta.
Immagina di essere assorbita da quel verde e da quel giallo. Sei tutt'uno con quel campo e in pace con te stessa. Che fine ha
fatto l’ansia? Il timore di essere e quello ancora più
inquietante di non essere? Non so, e non importa…
Se non fossi morta quel sabato
di luglio, ora non sarei viva. E non avrei nulla da raccontare.
Qualcuno dice che la morte sia inutile. Io l’ho sperimentata. E
m’ha fatto un gran bene. Era un tipo assai strano di morte. Mi si
è presentata all’improvviso, con aria minacciosa. Insomma, se la
sua intenzione era quella di spaventarmi, ci è riuscita alla
grande. Davanti alla morte occorre però inchinarsi perché ha
un’immagine autorevole e non si presenta mai per caso. Ed è
inutile opporre resistenza, fingere che non ci sia, evitare di
ascoltare i suoi suggerimenti che hanno un sapore amaro quanto
quello del sangue. Ebbi la presunzione di ignorarla per qualche
tempo e fatalmente mi ritrovai a camminare ai margini delle stanze,
a barcollare come una vecchia ubriaca, vestita solo di incertezze.
Vissi per giorni e giorni, in uno stato di precarietà indefinito.
E apparivo a me stessa come uno zombie vuoto e sgangherato, che
aveva bisogno di appoggiarsi ai muri e agli altri per sostenere
quel poco di umanità che le restava. Una notte sognai me stessa in
una bara. Una bella bara di legno chiaro. E intorno tanti fiori
bianchi, centinaia di splendide orchidee. Avevo addosso una tuta da
paracadutista. E chi mi stava intorno mica piangeva! C’era
persino qualcuno che in disparte sghignazzava. Così mi chiesi cosa
potesse giustificare tutto quel cinismo.
Ma non dovetti attendere tanto
per vedere soddisfatta la mia curiosità.
“Proprio assurdo… morire
prima di essersi lanciata dall’aereo… anzi prima di essere
salita sopra quel benedetto aereo…”
Ero morta prima. Prima. Prima.
Prima. Prima. Prima. Prima. Prima.
E
nessuno dovrebbe mai morire prima. Nessuno!
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